Lo stabilimento


 31 marzo 1907 

posa della prima pietra dello

stabilimento di Dalmine

 

L'industria Tedesca per la realizzazione dei tubi, Mannesman, nel 1907 si insediò a Dalmine e il semplice villaggio, fatto di una torre e di poche case coloniche, cominciò a cambiare radicalmente volto.

Nascevano moltissime case private e case per operai, moltissimi contadini lasciavano i campi

 e moltissima gente veniva dalle valli per entrare in fabbrica.

IL 6 Luglio 1944 fù il giorno più brutto per Dalmine e che non dimenticherà mai

 

Cronaca del bombardamento

 

Alle 8,10 si trovavano tutti sopra Foggia, alle 8:46 sul Mar Adriatico, all’altezza di San Benedetto del Tronto (AP); poi entrarono nella pianura Padana sorvolando Chioggia e salirono fino a Riva del Garda (TN), per poi scendere verso Sarnico, punto iniziale dell'attacco.

Il servizio di informazione americano era al corrente che la contraerea di Bergamo disponeva di 24 cannoni pesanti e ne tennero conto.

Senza preavviso, alle ore 11:02 ed a 23.500 piedi d'altezza arrivò il 463° stormo, seguito alle 11:04 dal 99°. Sulla Dalmine furono scaricate tonnellate di bombe "con spoletta d’ogiva a 0,1 secondo e spoletta di fondello mista a 0,01 e 0,025 secondi". In tale occasione non suonò nessuna sirena e, rimasero sul terreno 278 morti e più di 800 feriti: 244 morti alla "Dalmine" e 13 in altre aziende, oltre a 21 civili.

Tutte le strutture più importanti dello stabilimento furono distrutte o seriamente danneggiate: le acciaierie, i laminatoi, gli aggiustaggi.

In questa tragedia collettiva a Mariano venne distrutta anche la caso della famiglia Cividini dove perirono 8 persone: la madre e 7 bambini.

Nel rapporto finale sull’ "Operazione 614", risulta che i 26 aerei avevano sganciato 77 e 3/4 di tonnellate di bombe da 500 libbre e 50 pacchi di nichel, dichiarando "l'obiettivo ben colpito, e senza alcun danno da parte della contraerea.

Alla fine si contarono i morti: 231 operai, 17 impiegati e 21 civili.

I soccorsi furono immediati e la gente si gettò con slancio nel recupero delle vittime e nel salvataggio dei feriti, incuranti degli eventuali pericoli di crolli o di ordigni inesplosi. Con l'arrivo dei vigili dei fuoco di Bergamo, Milano, Como, Busto ed Erba, la presenza del clero locale e dei frati, tutti in maschera e guanti si portò a termine il recupero delle salme. Alcuni operai si offrirono volontari nel donare il sangue.

Vengono immediatamente trasmessi dagli organi competenti le disposizioni da operare in caso di nuovo allarme:

1° - in caso di allarme i lavoratori...possono lasciare il posto di lavoro per rifugiarsi nei ricoveri...
2° - entro il termine di 20 minuti dal segnale di cessato allarme...
3° - chi, trascorsi i 20 minuti, non si ripresentasse...

Lo sconcerto e la disperazione durò parecchi giorni, mentre i dipendenti rimasero a casa e per una settimana continuarono gli allarmi aerei.

Il giorno 12 luglio arrivò l'Ing. Zimmerman che impose l'immediata ripresa dell'attività a partire dal giorno 24. E così fu.

Ma la polemica scoppiata subito dopo la tragedia, e che continua tuttora è: Perché non fu dato l'allarme?

L'avvocato Carli, segretario dell'unione Provinciale dei Lavoratori dell’industria indirizzò una lettera al capo della Provincia sig. Vecchini, nella quale era detto che: "la Direzione non aveva voluto dare il segnale di allarme per non interrompere il lavoro". Il capo della provincia in un telegramma dei pomeriggio, indirizzato al ministro dell’Interno della Repubblica di Salò, così scrive invece: "Ore 11:05 sorvolo periferia di Bergamo squadriglie 26 bombardieri diretti Dalmine che è stata bombardata ore 11:06. Comitato Milano segnala allarme ore 11:12.
Allarme non viene diramato essendo aerei già sicuramente passati".

Un anno dopo, il 10 agosto 1945, sono rese note le conclusioni della relazione della commissione nominata dal prefetto: " Il segnale d’allarme non era stato dato perché l’Ufficio Germanico di Milano, il quale solo aveva la facoltà di ordinarlo, lo aveva dato con deplorevole ritardo. Detto Comando Germanico, infatti, era solito segnalare l’allarme solo in caso di imminente pericolo di grandi formazioni, allo scopo di non far interrompere il lavoro negli stabilimenti di guerra, come appunto nel caso della Dalmine".

 

         

     Veduta della direzione dopo il bombardamento

 

Lo stabilimento divenne un centro sempre più attivo di organizzazione della lotta Partigiana in tutta la zona circostante fino ai confini di Milano.

Negli anni 50 con la ripresa produttiva Dalmine diventò un polo di atrazzione non solo per l'occupazione ma anche per i nuovi insediamenti.

Nel 1996 l'azienda Dalmine è ritornata ad essere privata e ha dismesso case e proprietà che

 non sono direttamente funzionanti alla sua attività industriale.


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